L'odore del nulla o l'eresia del Cristo scomposto by Maurizio Gregorini
Maurizio Gregorini:
L'odore del nulla o l'eresia del Cristo scomposto
Albano Laziale, prima edizione giugno 2011
Edizioni del Cardo
POSTFAZIONE di Agostino Raff
Vedo Maurizio Gregorini come un essere siderale, gli occhi sgranati sull’Universo.Una poesia gridata, la sua, in questo “Cristo scomposto”, grido che si fa urlo in cento echi, dunque coro, dunque tintinnàbula (l’amato Arvo Pärt) che fanno strazio (nostalgia solenne, placata) e ti straziano. Suoni della Terra Madre, scaturigini, si concretano nel rito sacrificale con un tormento a ritroso, dalla metafora dell’Eucarestia al Cristo dell’origine. Corpo Immenso e Sanguinolento che dalla Croce Ti Minaccia (le maiuscole sono dovute perché l’indignazione del poeta è qui Sacra e Maiuscola) quasi a chiedere che la tortura si faccia eterna e tu contribuisca - peccatore richiesto e fatale - con l’ennesimo colpo. A spendersi totalmente anima e corpo su questo Calvario raggiunto, è il cantore del poema incandescente, fuoco che mano a mano trascolora nella solitudine fredda delle lacrime. Esse attendono chi si è battuto contro il Cristo Sanguinante assaltandolo sul patibolo in un corpo a corpo necessario per realizzare nell’inesausta violenza il simbolo divino come uomo. Questo passo coraggioso e tremendo è un poeta a compierlo, forte della sua capacità di sfida e di rimorso, di organizzare un gioco crudele col Messia Sterminatore per smascherarlo e riconoscerlo nella propria passione, nel corpo-in-sé , nel proprio sangue di uomo solo. La tenuta, la tensione al calor bianco di questa poesia non deve nulla alle influenze culturali del circostante. Questa poesia è gloriosamente isolata, si percepisce prorompente, nativa. Ha la vivezza e talvolta l’oscurità oracolare di una voce altra che travolga il parlante. Così sarà il lettore a gestire con libera volontà la comparazione: al potente e cosmico “L’Être et le Néant” di Sartre, allora, far risalire il “Nulla” del titolo; ai giardini di Lorca la parola musicale e accorata; allo sdegno blasfemo di Artaud la violenza di approccio; al percorso tormentoso di Huysmans il cammino nei rovi della Speranza come virtù teologale; all’Ulrich musiliano l’apertura finale alla trascendenza della stessa dottrina; o richiamare le semplici sublimi altezze di Caterina, delle due Terese, di Juan de la Cruz, fino a Turoldo. Bisogna accostarsi al cristallo iridescente di questo breve e sacro poema di Gregorini col pudore inebriato che lui stesso cela ed esercita, per innamoramento, verso il mondo vivo. E’ la meraviglia insostenibile della vita, che lui tenta di scalfire, di ferire, di massacrare. Per risponderle. Ma la risposta è impossibile. Non restano che i battiti del cuore. Quelli perenni del Cristo, e i nostri, che un giorno si fermano.
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