Dal microslip bianco di David Gandy ai sadobellimbusti napoleonici, da Madonna madre mediterranea e seduttiva ai toraci dei calciatori e dei nuotatori della Nazionale, la storia delle campagne pubblicitarie firmate Dolce e Gabbana è, anche, quella dello sdoganamento popolare per l’immaginario gay. Quando il ragazzo di Polizzi Generosa e quello lumbard fondarono la loro azienda, a Milano (e in Italia) spirava un’altra aria, edonista, caciarona, tutta spalle larghe e paillettes, ma certo ignara di Pacs, e non tanto a proprio agio quando si discettasse di coming out. Oggi, molti anni e alcuni procedimenti censori dopo, anche a causa di quelle foto e di quegli spot non possiamo che guardare tutti in modo differente a pizzi, bicipiti, tatuaggi e cinture borchiate per lui (e anche per lei).
Dolce e Gabbana, quelle foto che ci hanno cambiato
La campagna più famosa è del 2007 ed è quella, imitatissima, detta «dei Faraglioni», per il profumo Light Blue. Sullo sfondo del mare di Capri e della canzone Anni Trenta «Parlami d’amore Mariù», un adone succintamente addobbato che si scoprì chiamarsi David Gandy espone tutto senso e stupore le proprie grazie in barchetta, per poi (nella versione spot) avventarsi dolcemente su una splendida fanciulla. Qualche frisson un po’ bacchettone, ma nessuna presa di posizione ufficiale. Reprimenda dell’autorità britannica di controllo della pubblicità, invece, per la foto detta comunemente «del branco» o francamente «dello stupro», con un uomo che immobilizza una ragazza sotto gli sguardi di altri maschi. Seguono proteste delle associazioni femministe in Francia e in Spagna, Paese quest’ultimo dove la campagna viene bandita, e decisione di non farla circolare in Italia. L’Autorità di controllo inglese ricordò agli stilisti, in quell’occasione, «il loro dovere nel preparare le inserzioni», e «la responsabilità nei confronti dei consumatori e della società». Qualche problemino l’ha avuto anche la cosiddetta «campagna napoleonica» del 2007, ispirata ai dipinti di David, per l’uso disinvolto dei pugnali; e anche il famigerato spot per gli orologi del 2005, detto «della flatulenza» (lui, lei e le imbarazzate conseguenze di una cena tex mex: nelle parole di D&G, «una forma d’intimità, di amore»). Le inserzioni per l’underwear ci fecero entrare nello spogliatoio degli assi di piscina e pallone. Qui, e altrove, è un trionfo di patte slacciate e deltoidi oliati, pose sfrontate e mascelle volitive.
Quanto alle muse femminili, se si cominciò nel 1987 con le ragazze siciliane nerovestite, incarnate però, nel primo catalogo, dall’olandese Marpessa fotografata da Ferdinando Scianna, e si continuò con Monica Bellucci, è in Madonna che Stefano e Domenico hanno trovato la loro egeria ideale. Ritratta da Steven Klein, spesso in bianco e nero, anche mentre cuoce gli spaghetti o si dà alle pulizie casalinghe, Ciccone nel pieno della sua dorata maturità ammica al neorealismo e al viscontismo, filtrato però dal dolcegabbanismo. L’hanno assunta tanti anni fa e non la lasceranno andare facilmente. Anche se ombretti e rossetti della loro linea make-up li hanno affidati a Scarlett Johansson, ossigenata e morbida come Marilyn Monroe.
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