I nuovi «vitelloni» di Dolce e Gabbana





In vestito nero di tulle, barocco, gattopardesco, è uscita lei, Annie Lennox. Divinamente al pianoforte ha cantato dal vivo quattro canzoni. Inebriante. E il pubblico di Dolce e Gabanna è andato in visibilio. Ha cantato per la Sicilia, per il sole, per il mare, per la passione, per Dolce e Gabbana. Le tra parole cardine, che ormai si rincorrono ossessionanti (sicilianità, sartorialità, sensualità) hanno assunto un nuovo significato: riappropriarsi del tempo, perché il tempo è un lusso. «Il vero lusso è l'attesa, è più emozionante. A cinquant'anni ti cambia la visione dell'esistenza, dai più importanza a cose semplici» dice Domenico Dolce. Perché il linguaggio della moda va oltre gli abiti al punto che il modo di vestire può cambiare la qualità delle giornata e, perché no, la qualità della vita. Avviene con una giacca, con un abito decostruiti, senza'anima alla vista. Ma l'anima sta dentro, sta nel lavoro interno, nella capacità di un sarto di rendere vivo un capo, nel piacere d'indossarlo. Domenico Dolce e Stefano Gabbana parlano con la loro collezione a un uomo che ama vestire elegante senza scordare la piacevolezza della comodità, della morbidezza. Sete lavate, lino e canape effetto cesto, cotoni smerigliati, maglie di juta. Abiti bianchi e neri dove il bianco non è mai candeggiato e il nero acquista le sfumature del sole che l'ha cotto. Novanta indossatori erano fieri di essere i nuovi "Vitelloni italiani".

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